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rtf
Rapporto del viaggio
in Kosovo
9-16 dicembre 2003
Partecipanti:
e
Pirastru,
Gamaleri
Associazioni: Sprofondo Imperia (Pirastru), Ingegneria
Senza Frontiere - Genova (Gamaleri)
Giorni di viaggio: 5, di cui 4 di andata e uno di ritorno
Giorni di permanenza: 3
Obiettivo primario
- consegnare a scopo di vendita da parte di Sprofondo un furgone
combinato (tre posti + ampio spazio di bagagliaio) al Coordinamento
delle Associazioni in Kossovo (CAV);
- recapitare diversi capi di abbigliamento raccolti a Genova
alle persone del campo rom nei pressi dell'enclave serba di
Priluzje.
Obiettivi secondari
- sfruttare il villaggio e la visita per raccogliere dati sulla
realtà sociale ed ambientale della zona di Priluzje;
- prendere contatti nelle diverse realtà rom, serbe e
“istituzionali”;
- fare esperienza di come si organizza un viaggio in Kossovo
e quali sono i requisiti burocratici per realizzarlo al meglio;
- farsi un’idea del quadro di insieme per verificare molto grossolanamente
le cause scatenanti l’idea di un progetto sanitario/ambientale
in loco.
Cronaca
I preparativi
Il furgone, modello Nissan Trade 2.8 diesel dell’anno 1987,
viene donato da un amico di Nuoro di Andrea e Carlo all’associazione
Sprofondo Imperia. Esso raggiunge Genova i primi giorni di dicembre,
viene controllato da un meccanico e messo in condizione di effettuare
il viaggio e di operare una volta in Kossovo. Nonostante tutto
restano alcuni problemi
relativi alla tenuta del freno a mano e ad alcune perdite del
radiatore.
Tutti i vestiti vengono raccolti da un gruppo di persone che
oltre ad Andrea e Carlo comprendono anche Cristiano, Francesca,
Stefania, Marta e il suo gruppo scout, ecc. Una volta inscatolati
in 69 fra cartoni e buste, vengono caricati sul furgone, occupando
i tre quarti del vano bagagliaio.
Il viaggio
Partenza da Genova alle ore 15,45 di martedí 10 dicembre
e arrivo a Trieste verso le 23,30. Durante questa prima frazione
di viaggio non si registrano problemi al radiatore, ma solo
al tappo del serbatoio del carburante che si incastra nel bocchettone
ogni volta che bisogna aprirlo. Si registra intanto la prestazionalità
del mezzo: velocità massima 110km/h e consumo di 10 km
al litro.
Giunti a Trieste si è ospitati da Walter Cleva, si mangia
e si dorme di gusto.
Alla partenza (ore 9,00 di mercoledí 11) ci si dirige
alla dogana di Fernetti dove passiamo dalla ditta Spedimec per
la formulazione delle carte di accompagnamento della merce.
In un’ora e mezza si risolvono le formalità e si varca
la frontiera. Onestamente pensavamo che con quelle carte si
sarebbe ovviato ogni problema alle successive frontiere, permettendoci
di superarle perdendo solamente il tempo dovuto alle code.
Giunti alla dogana slovena (ovvero poche centinaia di metri
da quella italiana) ci si accorge che per superare il loro territorio
bisogna affidarsi ad uno spedizioniere loro connazionale, mettere
i piombi all’intero furgone e pagare nuovamente la tassa di
spedizione. Questo ci porta via la bellezza di tre ore, ci porta
a trapanare le portiere del mezzo e a farci venire i primi dubbi
sulla facilità della spedizione.
Alle 18 circa si arriva all’ingresso in Croazia, ma qui oltre
alla necessità di pagare un terzo spedizioniere “di bandiera”
si aggiunge il fatto che tutte le compagnie presenti alla frontiera
vogliono una certificazione di transito (ovvero di uscita dalla
Croazia) senza che la merce sia stata venduta
abusivamente nel loro territorio. Nonostante tutti i nostri
tentativi di capire quale fosse il vero problema e come poterlo
ovviare ci è stato detto di ritornare alle prime ore
del mattino successivo per parlare con il responsabile. Passiamo
quindi la notte nella cabina di guida del furgone (che ormai
nel linguaggio internazionale pan-balcanico si è tradotto
in “Kombi”). Alle 4 in punto ci si presenta allo sportello e
si contratta di lasciare una cauzione di 300 euro da riscattare
al ritorno presentando la ricevuta di uscita dal territorio
croato.
La ragione per cui questi spedizionieri non volevano farci i
documenti per passare, era, secondo quanto detto dal primo spedizioniere
dopo quello della Spedimec (Lo sloveno della "RESPED"
che ci ha aiutato a perforare la carrozzeria per i piombi),
era il fatto che associazioni prima della nostra in transito
per la Slovenia, Croazia o Serbia che trasportavano aiuti umanitari
avevano l'abitudine di non dimostrare di essere usciti dallo
stato in transito. Questo mediante invio di ricevuta di uscita
dallo stato; quello stesso stato in cui la merce transitava
e per cui la ditta di spedizioni garantiva. Quindi la ditta
di spedizioni aveva guai grossi. Altra ipotesi è quella
secondo cui le ditte di spedizioni non volevano garantirci il
passaggio perchè non conveniva loro per una qualche convenzione
delle Associazioni umanitarie o ONG.
Oppure il nostro carico di vestiti era talmente povero (il valore
era di soli 455 euro) rispetto alle camionate di merci che passavano,
con valori di migliaia di euro.
Nel pomeriggio, all’ingresso in Serbia, questa situazione si
verifica nuovamente: la cauzione intanto è salita a 500
euro, hanno provato a costringerci di prendere con noi una persona
della loro ditta che garantisse personalmente della spedizione,
e inoltre scopriamo che una volta in Serbia bisognerà
fare una nuova trafila di pratiche all’ufficio doganale di Nis.
Perchè per entrare in Kossovo, a quanto pare, si devono
sbrigare le stesse pratiche come un qualsiasi altro stato.
Questa volta i doganieri serbi hanno tolto i piombi e bucato
le scatole per controllarne il contenuto. Poi hanno rimesso
i piombi.
In Serbia facciamo una puntata a Belgrado a recuperare una borsa
lasciata in un albergo in occasione di un viaggio precedente,
poi si arriva a Nis dove si passa la notte in albergo. Al mattino
solo grazie ad uno spedizioniere serbo profugo dal Kossovo si
riesce a risolvere i problemi senza troppi sbattimenti. Nel
primo pomeriggio di venerdì 13 si arriva alle porte della
frontiera con il Kossovo e a due chilometri da essa il radiatore
si buca nuovamente. Facendo scorta di acqua si cerca di entrare
nel nostro paese di destinazione, ma ci si arena nell’ultimo
ostacolo burocratico. L’ufficio doganale di Pristina non è
stato informato del nostro arrivo e quindi non ha rilasciato
il lasciapassare per la nostra merce. Dovevamo avere un documento
con carta intestata Unmik in cui figuravano le due parti in
gioco Cav e Sprofondo piu l'autentificazione Unmik.
Siamo costretti a parcheggiare il kombi e a farci recuperare
da Ivano Macri, responsabile del Cav, ovvero la persona che
ci aspettava. Dato che ormai si è nel week-end tutte
le pratiche di sdoganamento sono rimandate al lunedì
successivo.
Alla sera si arriva a Mitrovica dove si fa finalmente un pasto
con le gambe sotto un tavolo e poi si dorme alla grande. Il
mattino del sabato con la macchina del Cav si arriva alle porte
di Priluzje.
- sabato 14
Si trova sulla strada che da Obilic porta a Priluzje ed è
proprio a ridosso della centrale termoelettrica. Ospita 4 gruppi:
Rom, Serbi profughi dalla Bosnia, “Egiziani” e Ashcalì.
Troviamo Tony che è stato per dieci anni in Italia e
parla quindi un italiano perfetto e che ci fa da traduttore.
Grazie a lui possiamo parlare con i due responsabili del gruppo
rom (cosi ce li hanno presentati) i quali ci raccontano moltissime
cose. Innanzitutto l’inquadramento del campo, come è
organizzato e da chi arrivano gli aiuti. Ci spiegano le ragioni
di questo campo, le sue origini e le motivazioni attuali di
questo “ghetto”. Si dice che molti rom sono stati utilizzati
dalla polizia serba durante la “pulizia etnica” per fare i lavoretti
sporchi oppure che essi stessi andavano a saccheggiare nei villaggi
dopo il passaggio dei Serbi. per questa ragione sia durante
che alla fine della guerra sono stati bollati come servi dei
Serbi e quindi colpevoli come loro (nda). Ora quindi sono passati
dalla parte dei perdenti e hanno accusato innumerevoli violenze
da parte dell’UCK, oltre ad essere mal visti dall’intera popolazione
albanese. Sono completamente tagliati fuori dalla vita civile,
possono rischiare la vita se escono dal campo e quindi sono
costretti a vivere chiusi dentro al campo. Non potendo lavorare
vivono al 100% di assistenzialismo.
Ci danno alcuni dati sulla popolazione (Rom):
- 225 Rom in totale.
- 51 famiglie
- 69 tra i 2-15 anni (Femmine)
- 77 tra i 2-16 anni (maschi)
- 16 persone paralizzate, disabili, anziani e non
- 23 bambini scolari (dal 1° all'8° anno scuola di Plementina
"Sepk so.."(!?))
- 2 scuola superiore (Priluzje);
Nel campo hanno operato diverse associazioni europee oltre a
diversi singoli italiani: i rom hanno un ottimo ricordo di tutti,
ma si sentono abbandonati perché tutti i progetti ora
sono terminati.
Seconda visita al campo Rom - domenica 15
Incontriamo il cugino di Tony, costui scopriamo essere il vero
capo del villaggio. La persona del giorno prima a detta di Tony
è una specie di guardia alla sicurezza del villaggio.
Il signore con cui parliamo stavolta si chiama Mr Bajrush Berisha
che oltre ad essere il capo del villaggio è anche il
direttore della scuola e rappresentante per tutte le etnie presenti
nel campo. Parla un inglese di medio livello, veste elegante,
bella presenza e sembra sia rispettato da tutti. Al momento
del nostro arrivo lo scopriamo in una stanza con due computer
completi di stampante e probabilmente collegamento a Internet
(dato che piu tardi ci lascierà un indirizzo di posta
elettronica). Ci racconta molte delle cose che già abbiamo
saputo il giorno prima. Le Ong che sono passate di lì
sono per prima la ICS coordinata da un certo Marco Donati per
2 anni del quale sono rimasti tutti molto felici e contenti
del lavoro svolto; poi l'ARC (American Refugees C.....) per
poco e attualmente gli aiuti che arrivano provengono, tramite
"Madre Teresa", da organizzazioni come Unicef e Unhcr.
Questi a detta loro sono circa 3kg di patate per famiglia più
olio e farina (non sappiamo le esatte quantità e ogni
quanto tempo arrivano, forse ogni 15 giorni).
Breve parentesi...
L'associazione 'Madre Teresa', a detta di Ivano Macri, è
"filoAlbanese". Nel senso che prima era una qualsiasi
associazione gestita da esterni, poi la gestione è stata
trasferita a persone albanesi che hanno voluto conservare lo
stesso nome.
Ivano ci ha consigliato di non dare a loro i vestiti per la
distribuzione nel villaggio perché secondo lui non avrebbero
distribuito equamente i vestiti a tutti gli abitanti, proprio
in virtú di questo fatto. Gli stessi rom (del campo in
generale) ci hanno detto che l'associazione Madre Teresa non
fa molto per loro.
Mr Bajrush smentisce quello che ci hanno detto il giorno prima
sul numero di famiglie pre! senti nel campo probabilmente si
riferivano a un solo gruppo etnico presente (I Rom). Il totale
è 120 famiglie:
- 40% Rom (parlano il rom)
- 40% Ashcalì (parlano albanese)
- 15% Egiziani (parlano albanese)
- 5% Serbi della bosnia (parlano serbo)
In totale sono 460 abitanti.
Vivono tutti mescolati tra loro tranne i Serbi che hanno dei
container separati, ma nello stesso campo. Tutti loro prima
della guerra abitavano altrove chi a Pristina, Obilic, Skenderaj,
Kosovo Poljie, dopo la guerra sono scappati per fuggire le vendette
degli albanesi e sono stati raggruppati in questo campo. Ci
dicono che nessuno lavora perchè nessuno riesce a trovare
lavoro. C'è ancora molta diffidenza nei loro
confronti. Gli unici che non hanno paura ad avvicinarsi alle
città sono coloro il quali non hanno la pelle più
scura, quindi passano inosservati.
Tra il lavoro e l'integrazione ci dicono che preferirebbero
quest'ultima perchè, secondo loro, è indispensabile
per ottenere il lavoro. Ci accennano che le altre organizzazioni
parlavano con la municipalità per ottenere 'integrazione'.
Dal 99 fino al 01 non avevano la sicurezza e subivano alcuni
atti di violenza e intolleranza. Successivamente dal 2001 al
03 è andata meglio perché c'e' stata una riunione
con l'assemblea comunale di Obilic e sono stati spiegati i problemi
che avevano al campo. Da prima si è riusciti ad avere
una sola
persona nel consiglio comunale poi altre 2 persone, e in totale
sono 3 le persone che attualmente operano con qualche titolo
nel comune di Obilic.
Ci dicono che hanno tentato di trattare perché gli venissero
costruite alcune case per vivere, ma la politica dell'Unmik
è che loro costruiscono la casa se i Rom danno la terra.
Di conseguenza niente soldi per comprare la terra niente casa
(250euro x100mq).
Dicono che il campo non è bello anche perché i
giovani non hanno possibilità di svago, vorrebbero la
libertà. I giovani dai 18 ai 30anni sono il 70% del villaggio.
Ci dice anche che vorrebbe per la sua gente strumenti e vestiti
per formare un gruppo folcloristico. Gli chiediamo perché
non pensare invece ad altre cose per esempio generi di prima
necessità. Lui risponde che sarebbe per queste persone
una grande spinta all'integrazione perchè, ci spiega,
i capi di stato (o potenti in generale) prima pensano agli affari
poi alle tradizioni. (effettivamente a guardare le televisioni
locali si vedono moltissimi balli e canti popolari).
Una loro idea sarebbe di avere una propria squadra di calcio
con proprie maglie.
I recapiti di Mr Bajrush sono mobil: 0638572561
e-mail:
.
Nella comunità serba abbiamo incontrato i ragazzi di
Rainbow, l’ong locale che organizza corsi di inglese, di informatica
e di animazione per la popolazione locale e che vorrebbe collaborare
con Sprofondo per la realizzazione dei campi di lavoro estivi
a Priluzje (il nome serbo di Rainbow è “Duga”). I vari
responsabili ribadiscono la loro intenzione di intraprendere
nuove attività con Sprofondo e ISF come entato questa
estate, interagendo con i diversi partner locali e le realtà
del circondario (campi rom in primis). Fra loro c'è anche
un ragazzo rom che vive (presimibilmente) nel campo rom quello
dove c'è la discarica.
I recapiti con Rainbow sono sia telefonici che mail.
(richiederli per e-mail all'indirizzo
)
Il secondo campo Rom
In questo campo per mancanza di tempo abbiamo dato un'occhiata
di passaggio con la macchina. Il campo si